Crisi della democrazia e cittadinanza repubblicana
6 giugno Frosinone – ore 18:00, Intervengono Giuseppe Filippetta e Marco Fioravanti, Biblioteca Oltre l’Occidente, largo Paleario 7
Intervengono Giuseppe Filippetta, frusinate doc, nato a Frosinone nel 1962 e frequentante tutte le scuole di ogni ordine e grado in città, già Direttore della Biblioteca ‘Giovanni Spadolini’ del Senato della Repubblica e dell’Archivio storico del Senato della Repubblica, autore di numerosi saggi di storia, storia del pensiero giuridico e diritto costituzionale, tra i quali I costituzionalisti e la Resistenza (2018), L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione (2018), e ultimo La repubblica senza stato, L’esilio della Costituzione e le origini della strategia della tensione, ultimi due pubblicati con la casa editrice Feltrinelli; e Marco Fioravanti professore ordinario in Storia del Diritto medievale e moderno nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Giurisprudenza, il cui ultimo libro è Rivoluzione e Costituzione. Saggi di Storia costituzionale, Prefazione di Pietro Costa, Torino, Giappichellli, 2022.
L’incontro verte sulla crisi della democrazia e sulla sempre più compressa partecipazione dei cittadini alle decisioni: allontanati da sistemi elettivi maggioritari; da elezioni indirette e dallo svuotamento degli stessi luoghi della decisione. La crisi della democrazia è evidenziata proprio davanti alla Costituzione repubblicana che invece indica con forza la traiettoria per tutti i ceti sociali di una ampia e fattiva partecipazione.
Toccando le origini del sistema rappresentativo, anche alla luce della situazione odierna, si lambisce la ricostruzione dei rapporti tra i poteri dello Stato, oggi attaccati da un tentativo di subordinazione rispetto all’esecutivo, avendo invece come esigenza quella di “democratizzare la democrazia”, dove appunto è forte il risentimento contro la politica/partitica
Non mancano riferimenti al modello di divisione del lavoro, fino allo schiavismo, che sì caratterizzano la realtà dell’’8oo, in riferimento alle redazioni delle Dichiarazioni dei diritti di stampo giusnaturalistico, ma pur in maniera più subdola, ma non meno drammatica, anche di quella contemporanea. Da qui la necessità di un processo di emancipazione, anche di genere, che può contribuire a rilanciare il progetto incompiuto di una società di liberi e uguali che trova il suo inizio con l’età delle rivoluzioni e con la lotta per la Costituzione.
Dunque altre riflessioni, quelle sul cambiamento della società auspicato dai partigiani e mai venute meno, pur ridotte, nell’idea e nella pubblicistica “rivoluzionaria” contemporanea, muovono leve diverse e nuove rispetto alla gestione del potere e del governo, pur marxianamente inteso, introducendo concetti di democrazia e controllo sul “comune”,- o più semplicemente «beni comuni» -, contrastando la «logica implacabile» del capitalismo nella sua più recente configurazione storica, il «neoliberismo».
La pubblicazione nel 2024 di Giuseppe Filippetta del testo , La repubblica senza stato, L’esilio della Costituzione e le origini della strategia della tensione per Feltrinelli che ricostruisce la storia italiana dalla Costituente in poi attraverso il contrappunto tra principi costituzionali elaborati con forte impronta dossettiana, azionista e socialcomunista e l’apparato statale che dovrebbe metterli in opera, ha destato interesse per l’Associazione scrivente anche in quanto Giuseppe è nato a Frosinone dove ha frequentato tutte le scuole di ogni ordine e grado e vissuto anche come sportivo la città.
Doppio motivo quindi per invitarlo e avere un confronto, anche alla luce delle illuminanti posizioni in merito alla nascita della Costituzione italiana – L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione (2018), Feltrinelli – e alle considerazioni riguardo lo Stato postfascista, che, invece che farsi repubblicano attuando la Costituzione del 1947, la manda in esilio.
Lo studio sulla costante disapplicazione delle principali disposizioni costituzionali – e dalla simmetrica e sostitutiva applicazione di norme ereditate dal fascismo e comunque contrastanti con la Carta repubblicana – si basa su documenti giudiziari e di archivio, testimonianze, film, opere letterarie e di arte figurativa, epistolari, monografie e fonti giornalistiche… che evidenziano la violazione della Costituzione, mostrando la repressione del dissenso politico/democratico, arrivando anche a riflettere sul periodo della strategia della tensione, punto di arrivo del contrasto tra Stato e Repubblica.
Giuseppe Filippetta. Nato a Frosinone il 1° novembre 1962, Già Direttore della Biblioteca ‘Giovanni Spadolini’ del Senato della Repubblica edell’Archivio storico del Senato della Repubblica, Collabora con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della societàcontemporanea “Giorgio Agosti”, Componente del Comitato scientifico del Centro Studi sul Parlamento dell’UniversitàLuiss di Roma, Socio corrispondente dell’Accademia Etrusca di Cortona. E’ autore di numerosi saggi di storia, storia del pensiero giuridico e diritto costituzionale, tra i quali I costituzionalisti e la Resistenza (2018), Liberalismo e governamentalità: garantismo penale e prevenzione di polizia in Francesco Carrara (2015), Teatro e rappresentanza politica: solitudine dei privati e segreto del potere da Hobbes a Rousseau (2012), Legge, diritto, necessità: i diritti di libertà dall’autolimitazione dello Stato-persona allo Stato di diritto d’eccezione (2011). Per Feltrinelli ha pubblicato L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione (2018).
Marco Fioravanti insegna Storia del diritto medievale e moderno e Storia delle istituzioni politiche all’Università di Roma “Tor Vergata”. Attualmente è direttore di programma presso il Collège International de Philosophie di Parigi.
Rivoluzione e Costituzione. Saggi di Storia costituzionale, Prefazione di Pietro Costa, Torino, Giappichellli, 2022.
Negli interstizi della cesura del 1789 – momento di passaggio dall’Ancien régime alla Rivoluzione che con Reinhart Koselleck possiamo definire sattelzeit (soglia epocale) – si può cogliere l’affermarsi faticoso di alcuni principi e istituti giuridici che caratterizzeranno i secoli successivi: le Dichiarazioni dei diritti di stampo giusnaturalistico, le costituzioni come espressione del potere costituente, la codificazione napoleonica emblema della borghesia trionfante, così come l’espansione coloniale con il corollario della subordinazione dei popoli colonizzati a quelli europei. Nel laboratorio rivoluzionario francese, quando le potenzialità della politica moderna vengono testate per la prima volta, emergono altri protagonisti, fino a quel momento subalterni: il popolo, gli schiavi, i sudditi coloniali e le donne, soggetti storici rimasti esclusi dalle ricostruzioni dominanti che hanno reso incompleta la storia degli anni che più di altri hanno forgiato il mondo moderno. Dal giacobinismo, inteso come espressione radicale e sofisticata della politica moderna sempre in bilico tra idealismo e pragmatismo, passando per l’esperienza sanculotta, antesignana del rancore populista contro le élite corrotte, fino al bonapartismo e alle sue seduzioni plebiscitarie che avrebbe trovato nel Novecento la sua deriva totalitaria, il volume affronta grandi tematiche politiche alla luce melanconica del presente. Proprio in un momento in cui, non solo in Europa, si manifesta una sorta di asfissia democratica, tracciare una genealogia del processo di emancipazione, anche di genere e di razza, può contribuire a rilanciare il progetto incompiuto di una società di liberi e uguali che trova il suo inizio con l’età delle rivoluzioni e con la lotta per la Costituzione.

Giuseppe Filippetta
Giuseppe Filippetta è autore di numerosi saggi di storia, storia del pensiero giuridico e diritto costituzionale, tra i quali I costituzionalisti e la Resistenza (2018), Liberalismo e governamentalità: garantismo penale e prevenzione di polizia in Francesco Carrara (2015), Teatro e rappresentanza politica: solitudine dei privati e segreto del potere da Hobbes a Rousseau (2012), Legge, diritto, necessità: i diritti di libertà dall’autolimitazione dello Stato-persona allo Stato di diritto d’eccezione (2011). Per Feltrinelli ha pubblicato L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione (2018).
curriculum-FilippettaLetture propedeutiche
La riforma costituzionale: un problema di rappresentanza politica
Il controllo parlamentare e le trasformazioni della rappresentanza politica
https://ilmanifesto.it/il-leviatano-dei-misteri-ditalia-che-grava-sulla-voglia-di-liberta
Lo Stato postfascista, invece che farsi repubblicano attuando la Costituzione del 1947, la manda in esilio. Dalla costante disapplicazione delle principali disposizioni costituzionali – e dalla simmetrica e sostitutiva applicazione di norme ereditate dal fascismo e comunque contrastanti con la Carta repubblicana – deriva la forma dello Stato centrista, che è Stato forte (dotato di assoluta supremazia sui diritti individuali e collettivi), Stato cattolico (che ai valori repubblicani sovrappone quelli della Chiesa) e Stato segreto (che condiziona le dinamiche politiche e sociali attraverso apparati occulti che operano nell’illegalità).
Giuseppe Filippetta ricostruisce in tutti i loro aspetti – utilizzando documenti giudiziari e di archivio, testimonianze, film, opere letterarie e di arte figurativa, epistolari, monografie e fonti giornalistiche – le norme e le prassi attraverso le quali lo Stato, violando la Costituzione, ha represso il dissenso politico, negato i diritti sindacali e contrastato il libero esercizio dei culti acattolici e, simmetricamente, le mobilitazioni e le pratiche con le quali i movimenti collettivi hanno provato a far vivere la Repubblica e a realizzare i valori fondamentali della Costituzione. La strategia della tensione e le stragi sono state il punto di arrivo del contrasto tra Stato e Repubblica e lo strumento con il quale si è tenuto fermo l’esilio della Costituzione e si sono salvaguardati la supremazia dell’apparato statale sui diritti individuali e collettivi e l’assetto sociale ed economico garantito da tale supremazia.
La Repubblica senza Stato offre una nuova interpretazione sia della nascita della Costituzione repubblicana sia della sua inattuazione e mostra come proprio l’inattuazione costituzionale sia all’origine della strategia della tensione. Un’interpretazione nuova della nascita della Costituzione repubblicana. E di come la sua inattuazione sia all’origine della strategia della tensione.
https://www.radioradicale.it/soggetti/194413/giuseppe-filippetta#!slide
https://left.it/2025/04/03/la-resistenza-perfetta-e-un-largo-sorriso
https://www.diritticomparati.it/una-costituzione-nata-dal-totalitarismo
https://books.google.it/books/about/La_Repubblica_senza_Stato.html?id=dc4jEQAAQBAJ&redir_esc=y
25 aprile 2025 Giuseppe Filippetta a Pavia (dal minuto 34:50)
Marco Fioravanti
Professore ordinario in Storia del Diritto medievale e moderno (settore scientifico disciplinare GIUR-16/A), nell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Giurisprudenza.
PUBBLICAZIONI
2. Le potestà normative del governo. Dalla Francia d’Ancien régime all’Italia liberale, Milano, Giuffrè, 2009, pp. 348 (Presentato il 1° ottobre 2009 presso la Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, con gli interventi di Mario Caravale, Ferdinando Cordova, Luciano Martone, Laurent Pfister)
Il libro nella prima parte ricostruisce l’origine delle potestà normative del governo a partire dalla Francia d’ancien régime, passando per l’esperienza rivoluzionaria fino al periodo della Restaurazione, al quale è stato dedicato ampio spazio. Nella seconda parte si affronta l’influenza, non solo francese, nell’evoluzione del sistema statutario italiano.
Toute societé dans laquelle la garantie des droits n’est pas assurée, ni la séparation des pouvoirs déterminée, n’a point de constitution», recita l’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Da questa norma-manifesto del costituzionalismo l’a. – storico del diritto – prende le mosse per una ricostruzione dell’ampio dibattito dottrinario sui rapporti tra i poteri dello Stato. La separazione dei poteri, infatti, pone il problema delle potestà regolamentari dell’esecutivo. E solleva altresì la questione se i giudici possano o meno rifiutarsi di applicare norme emanate dall’esecutivo violando la separazione dei poteri, senza infrangerla a propria volta. Nodi del dibattito alla cui soluzione definitiva non è possibile giungere, per una contingente natura politica che ogni soluzione assume.La prima parte del volume è dedicata alla Francia, a partire dal periodo rivoluzionario, quando a fronte di un principio di legalità interpretato come preminenza del potere legislativo, si consente però all’esecutivo di ampliare le proprie competenze normative sia attraverso la delega sia attraverso la vera e propria decretazione d’urgenza. Pagine molto vivaci e originali sono dedicate al costituzionalismo della Restaurazione. Vi si dà conto del dibattito tra una dottrina di orientamento liberale, al suo interno composita, e una dottrina conservatrice dello Stato. Una ricostruzione dalla quale emerge quindi la diversità di contributi e di prospettive che prepara la rivoluzione del luglio 1830, innescata proprio dall’interpretazione del potere regio di emettere ordinanze. La trattazione segue poi le vicende francesi fino alla Terza Repubblica, quando si consolida il principio della supremazia del Parlamento e si afferma l’idea che il governo svolga un ruolo d’esecuzione quasi passivo. Leggi costituzionali escludono nel 1875 il ricorso ai decreti-legge, che si sviluppa però nella prassi, in particolare attorno alla prima guerra mondiale.L’ultimo terzo del volume è dedicato all’Italia, dove un articolo dello Statuto riconosce all’esecutivo soltanto il potere di fare «i decreti e i regolamenti necessari per l’esecuzione delle leggi, senza sospenderne l’osservanza o dispensarne». I decreti-legge sono quindi esclusi ma il dibattito sulla loro legittimità è acceso, non fosse altro perché vi si fa ricorso sempre più spesso a partire dalla fine dell’800. La dottrina prevalente sostiene che in situazioni straordinarie la necessità diventi fonte del diritto. Ma la prima disciplina giuridica della materia è opera del fascismo che, con una legge del 1926, opera in realtà una «riforma costituzionale». Non soltanto è previsto un ampio margine di tempo – due anni – per la conversione in legge dei decreti, ma non sono individuati con precisione neanche i limiti delle materie.Il sipario della trattazione cala, forse un po’ frettolosamente, sull’Assemblea Costituente, la quale sceglie di disciplinare l’istituto della decretazione d’urgenza, sottoponendolo a precisi limiti e con determinate garanzie. Ma nella prassi successiva, come è noto, i presupposti di necessità e urgenza e le garanzie di rapida conversione in legge sono stati violati numerose volte…
Domenico Rizzo, https://core.ac.uk/download/pdf/53836304.pdf
3. Il pregiudizio del colore. Diritto e giustizia nelle Antille francesi durante la Restaurazione, Roma, Carocci, 2012, pp. 263.
Attraverso l’esame di materiale inedito rinvenuto negli archivi di Parigi, Aix-en-Provence e Fort-de-France, il volume ricostruisce alcune vicende giudiziarie, svoltesi nelle Antille francesi durante la Restaurazione, che suscitarono un grande interesse ed ebbero notevoli conseguenze politiche rappresentando il centro del dibattito su diritto coloniale e schiavitù. La disciplina di quest’ultima, che trovava fondamento nel Code noir del 1685, era basata sulle esigenze della realtà coloniale francese, la quale prevedeva la divisione della società in tre status distinti: bianchi, schiavi e neri liberi. Il testo si sofferma in particolare su un processo che coinvolse tre liberi di colore della Martinica accusati del reato di cospirazione per aver ricevuto, letto e diffuso nella colonia un libello – De la situation des gens de couleur libres aux Antilles françaises – considerato dalle autorità e dai tribunali coloniali come sedizioso. Divenuto uno dei più controversi casi politico-giudiziari della Restaurazione, sarebbe stato definito l’affaire Dreyfus nègre.
4. La schiavitù, Roma, Ediesse, 2017.
Il libro si propone di indagare la storia della schiavitù da una prospettiva giuridica che, rispetto agli aspetti sociali, politici ed economici, è rimasta maggiormente nell’ombra. Eppure, il rapporto che permetteva di considerare un individuo proprietà di un altro e pertanto privo di ogni diritto o limitato nel suo esercizio era il frutto di una costruzione eminentemente giuridica. Sia il commercio degli schiavi che la loro condizione si basarono su un’attenta disciplina consuetudinaria e legislativa che, dietro le parvenze della neutralità e del rispetto, seppur minimale, dei diritti degli schiavi, manteneva e perpetuava una situazione di dominio di un uomo su un altro uomo. Il volume dunque, partendo dall’epoca classica, attraverso le servitù medievali, la schiavitù mediterranea e lo sviluppo del commercio atlantico, arriva fino alle nuove forme di schiavitù, che in maniera più subdola, ma non meno drammatica, caratterizzano la realtà contemporanea.
5. Controllare il potere. Il mandato imperativo e la revoca degli eletti (XVIII-XX secolo), Roma, Viella, 2020.
Al centro delle rivendicazioni costituzionali democratiche, dal periodo giacobino fino alla Comune di Parigi, passando attraverso la temperie rivoluzionaria del 1848, vi furono il mandato imperativo e la revoca degli eletti, istituti giuridici che permettono di ripercorrere la vicenda della rappresentanza politica e di tracciarne una sorta di controstoria.
Vengono così ricostruite le origini del sistema rappresentativo, partendo dalla crisi dell’Ancien régime e dalla critica illuministica attraverso la cesura delle Rivoluzioni americana e francese, per inoltrarsi nel lungo Ottocento e giungere, dopo una riflessione su esperienze e teorie novecentesche di autogoverno e sui lavori dell’Assemblea costituente italiana, a mo’ di epilogo, ai giorni nostri. L’affermazione del sistema rappresentativo avvenne proprio sulle ceneri delle dottrine e delle prassi del mandato imperativo e della revoca degli eletti, che indicavano un’alternativa alla democrazia liberale. Questa alternativa sarebbe riemersa, in un mutato contesto istituzionale, nel corso del XX secolo, quando in Europa si fece sempre più stringente la necessità di “democratizzare la democrazia”. Un’esigenza che oggi, in un’epoca di sfiducia e di risentimento verso la politica, ricompare con tutta la sua forza.
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Basato su una bibliografia primaria e se-condaria di prim’ordine, questo volume di Marco Fioravanti ricostruisce il percorso af-fascinante di un tema che si tende spesso ad espungere dalla storia della democrazia come oggi la conosciamo, relegandolo nel novero delle proposte ‘immature’ o ‘utopistiche’: il mandato imperativo, cui si collega stretta- mente la questione della revoca del manda- to stesso in caso di ‘infedeltà’ del rappresen- tante. L’abolizione del mandato imperativo, spiega l’A., è stata spesso considerata come «l’inizio di un’epoca nuova dal punto di vi- sta giuridico», un vero e proprio passaggio dalla ‘democrazia degli antichi’ a quella dei ‘moderni’; al contrario, «la lettura che viene proposta tende a ridimensionare questa cesu-ra e a rileggere il momento di passaggio alla luce di una maggiore consapevolezza degli elementi di continuità […]. Il sistema rappre-sentativo porta con sé il retaggio di una vi-sione del rapporto tra governanti e governati che vedeva nei secondi l’obbligo e il dovere
6. Rivoluzione e Costituzione. Saggi di Storia costituzionale, Prefazione di Pietro Costa, Torino, Giappichellli, 2022.
Negli interstizi della cesura del 1789 – momento di passaggio dall’Ancien régime alla Rivoluzione che con Reinhart Koselleck possiamo definire sattelzeit (soglia epocale) – si può cogliere l’affermarsi faticoso di alcuni principi e istituti giuridici che caratterizzeranno i secoli successivi: le Dichiarazioni dei diritti di stampo giusnaturalistico, le costituzioni come espressione del potere costituente, la codificazione napoleonica emblema della borghesia trionfante, così come l’espansione coloniale con il corollario della subordinazione dei popoli colonizzati a quelli europei. Nel laboratorio rivoluzionario francese, quando le potenzialità della politica moderna vengono testate per la prima volta, emergono altri protagonisti, fino a quel momento subalterni: il popolo, gli schiavi, i sudditi coloniali e le donne, soggetti storici rimasti esclusi dalle ricostruzioni dominanti che hanno reso incompleta la storia degli anni che più di altri hanno forgiato il mondo moderno. Dal giacobinismo, inteso come espressione radicale e sofisticata della politica moderna sempre in bilico tra idealismo e pragmatismo, passando per l’esperienza sanculotta, antesignana del rancore populista contro le élite corrotte, fino al bonapartismo e alle sue seduzioni plebiscitarie che avrebbe trovato nel Novecento la sua deriva totalitaria, il volume affronta grandi tematiche politiche alla luce melanconica del presente. Proprio in un momento in cui, non solo in Europa, si manifesta una sorta di asfissia democratica, tracciare una genealogia del processo di emancipazione, anche di genere e di razza, può contribuire a rilanciare il progetto incompiuto di una società di liberi e uguali che trova il suo inizio con l’età delle rivoluzioni e con la lotta per la Costituzione.
Il 1789, momento di passaggio dall’Ancien régime alla Rivoluzione, che con Reinhart Koselleck possiamo definire sattelzeit (soglia epocale), risulta imprescindibile per la comprensione del mondo modero. Negli interstizi di questa cesura si può cogliere l’affermarsi faticoso di alcuni principi e istituti che caratterizzeranno i secoli successivi: le Dichiarazioni dei diritti di stampo giusnaturalistico, le costituzioni come espressione del potere costituente, la codificazione napoleonica quale emblema della borghesia trionfante, così come l’espansione coloniale con il corollario della subordinazione dei popoli colonizzati a quelli europei. Nel laboratorio rivoluzionario francese, quando le potenzialità della politica moderna vengono testate per la prima volta, emergono altri protagonisti, fino a quel momento subalterni: il popolo, gli schiavi, i sudditi coloniali e le donne. Tuttavia questi soggetti storici sono rimasti esclusi dalle ricostruzioni dominanti che hanno reso incompleta la storia degli anni che più di altri hanno forgiato il mondo moderno. Questa silloge prova a colmare una lacuna storiografica (frutto evidentemente di una scelta politica), muovendo dalla fine dell’ordinamento giuridico d’Ancien régime, attraverso la cesura rivoluzionaria per affrontare poi il “lungo” Ottocento borghese fino alle trasformazioni costituzionali del XX secolo, osservate e interpretate attraverso il prisma del diritto e “diagonalizzando” lo sguardo verso gli esclusi dalla cittadinanza: gli ultimi, e le ultime, (ri)prendono la parola. Dal giacobinismo, inteso come espressione radicale e sofisticata della politica moderna sempre in bilico tra idealismo e pragmatismo, passando per l’esperienza sanculotta, antesignana del rancore populista contro le élite corrotte, e per il bonapartismo e le sue seduzioni plebiscitarie, fino a giungere alle rivendicazioni dei diritti di cittadinanza tra Otto e Novecento, il volume vuole affrontare le grandi tematiche politiche alla luce melanconica del presente. Proprio in un momento in cui si manifesta intensamente un’asfissia democratica, tracciare una genealogia del processo di emancipazione, anche di genere e di razza, può contribuire a rilanciare il progetto incompiuto di una società di liberi ed eguali che trova il suo “inizio” con la Rivoluzione francese.
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