Il 28 novembre 2025 è venuto a mancare Enrico Pugliese, noto per i suoi studi nel campo della sociologia del lavoro, delle migrazioni e delle politiche sociali in Italia.
Riproponiamo il suo intervento a Veroli nel 1997 ripubblicato a dicembre 2024 su uno dei ns quaderni.
| «La deriva dell’Italia del sud» |
| Effetti dei processi di globalizzazione e (ri)costruzione di soggetti sociali protagonisti Atti (non rivisti dagli autori) del Seminario – Convegno svoltosi a Veroli il 4 e 5 ottobre 1997 organizzato dall’associazione Oltre l’Occidente e dal gruppo di Frosinone di Progetto Continenti in collaborazione con la Campagna Globalizza-Azione dei popoli e la Tavola della Pace di Perugia, con il patrocinio ed il contributo del Comune di Veroli e della Provincia di Frosinone. |
4. IMMIGRAZIONE ASSIEME A DISOCCUPAZIONE: UN PARADOSSO?
Solo se si tiene conto della internazionalizzazione e della segmentazione si può capire come mai in province del mezzogiorno dove c’è una disoccupazione reale – perché nessuno crederà a quelle fesserie del sommerso che ogni tanto vedete scritte da Pirani su La Repubblica, perché la disoccupazione nel mezzogiorno c’è, è vera ed è dura e non è certo corretta da quel 3% di sommerso – c’è immigrazione contemporaneamente alla disoccupazione. C’era uno che ora sta ad Hammamet, e che non è un tunisino, che si chiamava Craxi, che il 26 dicembre 1986 scrisse un articolo molto arrogante e volgare – nella sua prepotenza – contro l’ISTAT. Nell’articolo si sosteneva che l’ISTAT non sapesse fare il suo mestiere – era un’abitudine frequente di Craxi dire agli altri, per esempio a Nerio Nesi, “non sai fare il tuo mestiere” – e che l’ISTAT non si rendeva conto che in Italia non ci potevano essere tanti disoccupati e questo per la ragione che in Italia avevamo un milione di lavoratori immigrati. Ora, chi gliela avesse raccontata questa frottola relativa al milione di lavoratori immigrati non possiamo sapere – visto che all’epoca (parliamo di 11 anni addietro) gli immigrati provenienti dal Terzo Mondo potevano essere al massimo 250 mila – ma, in realtà c’era qualcosa di molto interessante in tutto questo, perché la cosa – che Craxi valutava assurda – poteva essere possibile. Anche se avessimo avuto 900 mila immigrati avremmo potuto avere benissimo 3 milioni di disoccupati, perché c’è la segmentazione del mercato del lavoro.
Quando un paese si sviluppa in senso terziario, come gli Stati Uniti d’America che cosa avviene? Consideriamo ad esempio la produzione di pomodori negli USA: la produzione di pomodori negli Stati Uniti si può realizzare solo perché c’è la miseria del Messico. Arrivano gli immigrati dal Messico in condizioni di sottosalario, perché in condizioni di mancata protezione devono accettare qualunque salario, e di conseguenza quella produzione si espande. Questo, negli USA, non riguarda solo la California o solo i pomodori, ma riguarda anche, per esempio, una vasta area del settore della ristorazione – e questo lo vedete anche in Italia, con una aggravante: che in Italia gli immigrati trovano anche un’altra forma di domanda, che è la domanda per i lavori domestici o per i servizi agli anziani. Ora, nella pratica di assumere principalmente lavoratrici, ma anche lavoratori, extracomunitari nei servizi domestici o nei servizi agli anziani, non si esprime solo un’arretratezza culturale del sunnominato cafone professore universitario o macellaio dei Parioli, che vuole la cameriera o il cameriere magari un po’ neri. Questo è sicuramente vero, figuriamoci, il modo è pieno di cafoni, ma non è questa la spiegazione prima. La causa prima è nella carenza del sistema italiano di welfare. Una madre che lavora ha bisogno di una cameriera a tempo pieno, altrimenti non saprebbe a chi lasciare la bambina o il nonno.
Quindi c’è questo complesso meccanismo che io chiamo del “modello mediterraneo dell’immigrazione” per cui ci si trova, in maniera molto facilmente comprensibile, con altissimi livelli di disoccupazione e altrettanto alti livelli di immigrazione. E qui devo dire una cosa: le politiche di chiusura, che saranno aggravate dalla legge Turco-Napolitano, quindi la chiusura delle frontiere, produce due effetti. Uno è quello di ridurre effettivamente gli ingressi. L’altro è quello di trasformarli da ingressi regolari in ingressi irregolari e clandestini. E quindi quando noi vediamo gli immigrati di Villa Literno o di Latina, troviamo spesso questa situazione. E guardate che si tratta di gente civilissima, molto colta. Io ho lavorato con loro e si tratta di gente dignitosissima. Certo, hanno dei padroni un po’ sottosviluppati, ma abbiamo già fatto l’esempio dei signori dei Parioli.
Tutto questo avviene per via dei processi spinti di internazionalizzazione e per i processi di segmentazione. E guardate che la segmentazione del mercato del lavoro, come chiave di interpretazione dei nuovi modelli migratori, è già nota da una ventina d’anni. C’è un libro bellissimo di Michael Priore, che è uno dei principali studiosi della segmentazione a livello internazionale, libro che l’autore ha non casualmente dedicato a sua nonna emigrante in America, che si chiama Birds of passage (Uccelli di passo), in cui si descrive sia la grande tradizione della emigrazione, sia la nuova situazione dei movimenti migratori che operano in condizioni di molto maggiore difficoltà rispetto a quelli di una volta. Anche perché, una volta, nel modello fordista, c’era comunque questa prospettiva di una collocazione stabile. Gli italiani andavano in Germania e lavoravano nell’industria. E se non lavoravano nell’industria lavoravano nei lavori pubblici e nell’edilizia, ma comunque in una società in cui l’elemento trainante dello sviluppo e dell’occupazione – ma anche dell’organizzazione complessiva della società – era l’industria, che significava il sindacato, che significava il Welfare, che significava le garanzie dei lavoratori. Tutto questo, con la crisi del Welfare non c’è più. Si discute se in Italia gli immigrati abbiano una funzione sostitutiva oppure complementare rispetto alla forza lavoro locale. Io dico che questo non è un problema – certe volte hanno una funzione sostitutiva, concorrenziale, ma nella maggior parte dei casi si collocano in aree nuove determinate dalla modificazione della domanda di lavoro dovuta alla crisi del modello fordista. Ma concludo citando Ejszenstejn. No, non si tratta di Prodi sulla carrozzina Potemkin. In una sceneggiatura di Ejszenstejn c’è questo dialogo di una madre che dice alla figlia che vuole sposare un prigioniero di guerra tedesco nella Russia del ’17: “Come è possibile? Tu vuoi sposare un tedesco?” E la ragazza: “Chi io? Un tedesco?” “Certo! Quello è tedesco!”. E la ragazza: “No, lui non è tedesco: lui è un calzolaio”. In realtà la ragazza risponde alla madre che l’identificazione prima di un nuovo soggetto è la sua collocazione di classe, e cioè il fatto che si tratti di un calzolaio, e non che sia tedesco. Quindi la ragazza non è stupida o inconsapevole del fatto che sta per sposare un tedesco, ma ritiene – come diceva Bruno Trentin – che prima di decidere che pelle abbia un lavoratore, bisogna considerare il fatto che è un lavoratore. I braccianti vengono difesi in quanto braccianti: è del tutto secondario se a Latina o a Veroli essi siano braccianti ciociari o dell’agro pontino oppure braccianti tunisini, marocchini o del Senegal.
