Lotte operaie nello sviluppo capitalistico

L’Associazione Oltre l’Occidente presenta “Lotte operaie nello sviluppo capitalistico“, due iniziative per fare ricerca sul territorio con le quali, nell’esplorare le lotte operaie e contadine dal secondo dopoguerra della ns provincia, continua la riflessione sul significato di esse oggi, sul ruolo del sindacato e di questo con la politica, iniziato  con il coinvolgente incontro sui consigli di fabbrica, Lavoratori, sindacato, rappresentanza… Ieri e oggi del 6 aprile 2024.

Il 2 maggio presso la biblioteca associativa Luigi Cappelli ha conseguito, nel 2011, presso l’Università “La Sapienza” di Roma la Laurea triennale in Storia medievale, moderna e contemporanea con una tesi in storia contemporanea dal titolo “Lotte sociale e scioperi a rovescio a Sezze 1951- 1952”, relatore prof. Piero Bevilacqua. Successivamente ha conseguito, nel 2013, la Laurea magistrale in Scienze storiche – Medioevo, Età Moderna, Età Contemporanea – con una tesi in storia contemporanea dal titolo “Sezze dal 1944 al 1953” (incentrata sulla storia dell’amministrazione comunale del paese dei Monti Lepini), relatore prof. Vittorio Vidotto, correlatore prof. Bruno Bonomo. Entrambe le tesi sono state pubblicate (Le strade della rinascita. Lotte sociali e scioperi a rovescio. Sezze 1951-1952, Formia, D’Arco Edizioni, 2012; Storia dell’amministrazione comunale di Sezze. 1944-1954: un decennio di governo e di lotta, Roma, Cooperativa editoriale Annales, 2013).
Tra le ultime pubblicazioni si segnalano: Dalla periferia al Parlamento: il “tugurio” nel dibattito politico italiano dei primi anni Cinquanta, in Ylenia Carola e al. (a cura di), La città, Universitalia 2015; Volontari del lavoro o lavoratori arbitrari? Percezioni e rappresentazioni dello sciopero a rovescio nell’Italia degli anni Cinquanta, in N. Di Nunzio, M. Troilo (a cura di), Lavoro. Storia, organizzazione e narrazione del lavoro nel XX secolo, Aracne editrice 2016; CGIL e disoccupati nel secondo dopoguerra (1944-1950): rappresentanza, assistenza e organizzazione, in Historia Magistra, n. 21 del 2016; Nazione e rivoluzione: il mito dell’Ottobre nella cultura social comunista, 1945-1955, in Marco Di Maggio ( a cura di), Sfumature di rosso. La Rivoluzione d’Ottobre nelle culture politiche italiane (1917-1991), Accademia University Press- Biblioteca di Historia Magistra 2017.

Il libro di Luigi, pur descrivendo una realtà locale come quella dei Monti Lepini (in provincia di Latina), inquadrando quel movimento provinciale in un contesto più ampio mira a far conoscere ai lettori un fenomeno diffuso su scala nazionale. Gli scioperi a rovescio rappresentarono, appunto, un rovesciamento della realtà, una specie di carnevale di massa durante il quale i disoccupati e i braccianti più poveri andavano a lavorare, rivendicando il loro diritto al lavoro. Iniziavano così la costruzione di strade, scuole, acquedotti, rendendo un servizio notevole alla collettività.

Il 6 giugno presso la biblioteca associativa presenterà un lavoro di ricerca Andrea Giorgilli, ricercatore indipendente: “La parabola del radicalismo di Vittorio Foa negli anni 1968 – 1979; Dall’impegno nella sinistra sindacale al silenzio volontario.” nel quale ci si sofferma nella vita di Vittorio Foa dopo il suo ingresso in CGIL nel 1948: un passaggio decisivo che segnò l’inizio di una lunga militanza nel sindacato terminata solo nel 1970, con la carica di Segretario confederale. Di fatto, per tutta la vita, si occupò principalmente del mondo del lavoro. E proprio quei primi due anni (1948-49) passati in FIOM a Torino furono formativi per conoscere la realtà della fabbrica e venire a contatto con i problemi quotidiani degli operai.

Qui materiale di approfondimento

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INTRODUZIONE

In occasione del Convegno per la rinascita del Cassinate, tenutosi a Cassino nel 1951 con la partecipazione del Segretario Generale della CGIL Giuseppe Di Vittorio, nacquero 23 Comitati per la Rinascita finalizzati a favorire l’occupazione e l’accelerazione del processo di ricostruzione. Francesco Notarcola testimone dell’epoca ricorda le prime lotte per il lavoro: «La grave situazione economica del dopoguerra condusse inevitabilmente alle lotte per il lavoro degli anni Cinquanta in tutta la provincia di Frosinone; esse iniziarono con più intensità nel cassinate che era la zona più danneggiata. Qui i disoccupati attraverso gli scioperi a rovescio lavoravano, chiedendo in cambio la retribuzione, per risistemare le strade di campagna, i muretti che delimitavano le vie di comunicazione, i ponti e gli argini fluviali. Si stava verificando una forte saldatura tra le campagne e la gente dei paesi per realizzare la ricostruzione e per far rinascere nuove opportunità di lavoro». (da Annamaria Mariani Realtà identitarie smarrite Rilettura della evoluzione dei modelli antropologici in Ciociaria dagli anni cinquanta ad oggi)

Nell’Italia del dopoguerra la questione del lavoro fu un tema centrale nel dibattito politico, in primo piano nella Carta costituzionale, e oggetto di specifici provvedimenti legislativi. Disoccupazione e sottoccupazione incisero pesantemente sulle condizioni di vita della popolazione per molti anni, fino alle soglie del miracolo economico, contribuendo a delineare un quadro della società italiana certamente non idilliaco, caratterizzato anche dalla gravità della questione abitati va e dall’esistenza di ampie sacche di miseria e di arretratezza. Per affrontare l’emergenza occupazionale il sindacato unitario chiese insistentemente ai governi l’impegno per un rapido inizio dei lavori di ricostruzione, per dotare il Paese delle opere pubbliche indispensabili al suo sviluppo e per l’avvio delle riforme di struttura. Inoltre la CGIL, attraverso le Camere del Lavoro, svolse nei riguardi dei disoccupati un’azione di assistenza e di organizzazione, ponendosi gradualmente alla testa delle loro lotte esercitando anche un’importante funzione di controllo del conflitto sociale. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta l’attività della CGIL si concentrò sulla realizzazione degli obiettivi del Piano

L’iniziativa sindacale non trovò accoglienza in sede governativa, ma divenne l’occasione per lo sviluppo di un vasto movimento rivendicativo che interessò il territorio nazionale e che assunse diverse forme, tra cui l’azione diretta delle masse disoccupate attraverso lo strumento dello sciopero a rovescio. Questo tipo di sciopero, come ha scritto Vittorio Foa, rappresentava una «forma originale di azione sindacale» tramite cui i disoccupati, volontariamente, «iniziavano lavori agricoli o stradali, di manutenzione o completamento di opere pubbliche» senza che la loro manodopera fosse stata richiesta e ingaggiata. Era un modo per denunciare la propria situazione e l’inerzia delle autorità, mettendole di fronte al fatto compiuto e sollecitandole a intervenire. Veniva esercitata, cioè, «una provocazione attiva e non solo platonica all’investimento» (ibidem), ponendosi su un piano propositivo e progettuale, indirizzando la propria azione sulle opere ritenute necessarie e, nello stesso tempo, in grado di garantire la maggiore occupazione possibile. (brani tratti dallo scritto di Luigi Cappelli)

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A questo sviluppo delle lotte sindacali è connesso il pensiero e l’azione di Vittorio Foa che lo videro come uno dei principali rappresentanti sindacali e della cosiddetta «sinistra operaista», con l’incipit «diritto di negoziare tutto»

L’idea era che la conoscenza del processo di accumulo del profitto era un elemento funzionale alla presa di coscienza delle masse operaie: «Bisogna rendersi pienamente conto che la conoscenza di massa delle condizioni oggettive del processo di accumulazione nelle grandi fabbriche è un insostituibile e insuperabile strumento per rafforzare la lotta» e ancora «Bisogna avere chiara coscienza che il passaggio dalla rivendicazione salariale pura e semplice (la quantità di denaro da ottenere per ogni ora lavorativa) alla rivendicazione salariale integrale, che comprende i ritmi, gli organici e l’orario di lavoro, porta logicamente al controllo sull’organizzazione aziendale del lavoro e quindi sull’organizzazione aziendale della produzione», riflessione che introduceva una tematica oggi ancora aperte: «la scelta ci è imposta dal tempo storico in cui ci troviamo ad operare, e in questo tempo, di profonde trasformazioni industriali che preludono […] a una nuova rivoluzione industriale, o noi sappiamo diventare soggetti attivi di queste trasformazioni oppure ne saremo, come movimento di classe, scavalcati e isolati».

Parlare di piena autonomia significava rigettare qualsiasi ipotesi di subordinazione del sindacato alla gestione imprenditoriale del progresso; significava, in definitiva, rivendicare il potere di intervento e di decisione della struttura produttiva della fabbrica nella società fordista.

La domanda a cui bisognava attenersi erano chi era il titolare dell’iniziativa sindacale, il lavoratore oppure la sua organizzazione?

Al centro della scena l’operaismo sindacale poneva il Consiglio di fabbrica, emanazione diretta della classe operaia, in cui il delegato del «gruppo operaio omogeneo» assolveva il compito di rappresentare classe e organizzazione, conflitto sociale e processo produttivo.

Il fatto di rivendicare una lotta sindacale che avesse una portata ampia, che considerasse il tempo del lavoro insieme al tempo del non-lavoro, nasceva dall’idea che questi sindacalisti della sinistra socialista avevano del concetto di lavoro, come di uno status sociale capace di incidere non solo nella categoria economica, ma anche in quella privata, civile, psicologica.

Nell’analisi di Foa, per riprendere una lotta efficace contro il potere del padrone, era necessario abbandonare il dogma dell’imminente «crollo del capitalismo», opporsi al ricatto della rinuncia alla contestazione in nome di elargizioni salariali, ritornare a esercitare il conflitto di classe insieme agli operai in fabbrica, questa era la nuova linea. La visione di una democrazia socialista capace di tutelare diritti individuali e collettivi, la condanna di una pianificazione di stato, autonomia e unità del proletariato, queste le parole chiave del «socialismo libertario» di Foa. Una linea politica che lo porterà a fare delle scelte decisive tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, rifiutando ogni ipotesi di cedimento al riformismo che aveva il solo scopo, affermava, di integrare le masse nel sistema capitalistico.